Chiesa

Nel XVII secolo, a causa dello stato fatiscente della chiesa di San Cristoforo, la confraternita , economicamente autonoma per le offerte che riceveva, per i lasciti testamentari e per le quote degli iscritti, decise di lasciare la sua primitiva sede e di edificare una chiesa nel centro del paese per meglio assolvere alle sue funzioni devozionali, caritative e di educazione religiosa.

A tal fine comprò dai Tancredi il loro palazzo, che si trovava nella piazza nel complesso delle dimore dei locali marchesi Piccolomini. Lo buttò giù e costruì, con l’approvazione del vescovo, l’attuale chiesa di Sant’Anna e Morti con sacrestia, oratorio e cripta. Nel 1685, come rivela la data scolpita sul portale, la chiesa veniva aperta al culto.

FOTO-DIPINTI-PORTA

Durante i lavori di costruzione del tempio la confraternita, quasi certamente, fu assistita dai Francescani Minori del convento di S. Antonio di Deliceto, che da poco avevano terminato la fabbrica della loro chiesa annessa al convento. Lo lasciano supporre alcuni fattori significativi quali l’analogia esistente tra la struttura architettonica della facciata della chiesa di S. Antonio e quella della facciata della chiesa di S. Anna; la presenza in entrambe le chiese di dipinti del pittore Benedetto Brunetti di Oratino (CB) , un protetto dei francescani e, massimamente, l’impostazione didascalica della chiesa, richiesta dalla Controriforma agli Ordini religiosi ( tra i quali c’erano appunto i francescani) preposti a combattere l’azione disgregatrice delle nuove dottrine.Per quanto concerne l’intento didascalico, i Minori fecero dell’edificio un mezzo di formazione cristiana permanente predisponendone la struttura architettonica e le espressioni grafiche, pittoriche e scultoree alla conoscenza dei Novissimi: Morte, Giudizio, Premio o Castigo. Puntavano i frati a far capire ai fedeli, in buona parte illetterati, quanto fosse necessario all’uomo adeguarsi agli insegnamenti di Cristo per la completa purificazione della propria anima e delle anime del Purgatorio. Il sacro edificio divenne così messaggio visivo del Vangelo e ogni sua parte, dall’ingresso, alla navata, al presbiterio, fu per l’ individuo motivo di meditazione su cosa accadrà “alla fine dei giorni”. All’ingresso toccò far riflettere sulla Vita eterna mediante i due dipinti realizzati sulla faccia esterna della porta ( non l’odierna, ma quella che oggi chiude l’entrata principale della bussola); oltre che mediante la Croce di Calvario scolpita sul frontone del portale e la scritta incisa sull’architrave. I dipinti, correlati al tema pittorico del Trionfo della Morte, sottintendono la morte fisica e, quindi, il termine dell’esistenza umana. (foto 1.1)

Nella scena di sinistra, per chi guarda la porta, si vedono due uomini che, usciti da un bosco, procedono lungo un sentiero. Uno è in atteggiamento di chi ha deciso di proseguire il cammino verso la meta e l’altro di chi ha stabilito di fermarsi. Alle loro spalle ci sono due scheletri, espressione di morte. Il bosco, luogo per natura ricco di insidie, è simbolicamente il peccato che intrappola l’anima. Il sentiero fuori del bosco è la strada della salvezza che porta l’uomo alla purificazione dello spirito. Il “viandante” è l’ “uomo saggio” che ha scelto di percorrere il sentiero della salvezza nella prospettiva dell’Eternità. L’uomo che sosta, invece , è lo “stolto” che si arresta nel suo cammino di fede. Gli scheletri sono il “doppio” di ogni uomo, ovvero la Morte che trionfa sulla Vita. Nel dipinto di destra il “viandante” procede lungo la sua strada, ma guarda attonito l’ “altro” che, sdraiato per terra, dorme tranquillamente. Su di lui è ricurvo un losco individuo, dalle sembianze umane, che brandisce una falce per privarlo della vita. Lo seguono tre scheletri, anch’essi muniti di roncola. Il “losco individuo” è la Morte, che arriva all’improvviso con i suoi accoliti, gli scheletri. I due dipinti sono la metafora del versetto 13° del capitolo 25 del Vangelo di Matteo che ammonisce :

Vegliate perché non sapete né il giorno né l’ora (della Morte).

FOTO-INGRESSO-CHIESAAl portale spettò celebrare il trionfo della Vita sulla Morte mediante il sacrificio di Cristo; perciò al centro del timpano fu scolpito in bassorilievo una Croce di Calvario e sulla faccia a vista delle basi dei piedritti furono incisi il teschio con le tibie. Il tutto ricorda Cristo che, come dice S. Paolo,  «morendo ha sconfitto la morte». (foto 1.2)

Ai due distici scritti in latino sull’architrave, ai lati di una clessidra, venne affidato il compito di rammentare all’uomo la fugacità della vita terrena da lui tanto amata (…dum hora quae vis praeterit… e …hora vitae quae libet fluit…), e la necessità di vivere in grazia di Dio e di pregare  per i defunti.
I versi recitano:

 

Qui vivis pro non vivis hoc rite Sacello,    |         Mortuus ut vivas vivus sit mortuus omnis

ora dum quaevis praeterit hora tibi.          |        hic tibi cui vitae quaelibet hora fluit.

 

 [ Tu che sei in vita prega per i non viventi secondo il rito in questo Sacello/mentre l’ora che vuoi per te passa.  O  morto  affinché (tu) viva, vivo sia ogni morto/qui (sulla terra)  per te a cui l’ora della vita che piace trascorre. / 1 6 8 5 ]

 

La navata, unica, rendeva noto che una è la strada che porta a Dio: Cristo. L’uomo è libero di sceglierla o no. Tale privilegio è esplicitato, architettonicamente, dallo stile a effetto moltiplicativo dei pilastri quadrangolari delle due campate che delimitano l’aula. Le strutture verticali, addossate ai muri perimetrali, digradano procedendo in avanti, come se fossero una serie di quattro porte in muratura che, richiuse l’una nell’altra, si spostano per congiungersi e separare la navata riservata ai fedeli da quella riservata alla celebrazione dell’ Eucaristia.  L’aspetto illusorio dei pilastri-porta sottintende le “Porte del Paradiso” che si aprono a chi si apre a Dio e si chiudono a chi si chiude a Dio. Nel primo caso per l’uomo ci sarà l’eterna salvezza; nel secondo l’eterna perdizione.
FOTO-ANIME-PURGANTIA sostegno di chi decide di dimorare con il Signore ci sono la Parola del Vangelo e la Penitenza, rappresentati concretamente dall’arredo chiesastico dell’aula:  pulpito e confessionale.

Il presbiterio, o sacrario,  nell’impostazione  allegorico-didascalica della chiesa, rappresentò il Premio dei Novissimi, ossia il Paradiso. A riprodurlo, artisticamente, ci fu il quadro del Cristo in Gloria di Benedetto Brunettiche venne appeso alla sua parete frontale a dominio dell’intera chiesa.
La tela (misura: metri 3,50 x 2,20) , risale al 1685 e riproduce in un tripudio di angioletti e colori Cristo Trionfante tra la Madonna allattante da una parte, S. Anna mediatrice di Misericordia dall’altra e le Anime Purganti in basso.  (foto 1.3)
La Madonna allattante è la Madonna  delle Grazie, tanto cara ai francescani, e anche quella del Carmelo perché ilBrunetti, dipinse sotto lei  un angelo che porta in cielo un’anima sottratta al Purgatorio. L’ iconografia  allude agli effetti della vestizione carmelitana secondo i quali l’anima di un religioso viene salvata il primo sabato dopo la morte. L’idea di consacrare il sabato alla Vergine risale al secolo X. Nel 1096 papa Urbano II riconobbe quel giorno come il giorno dell’ ufficio per la Madonna. Nel 1800 le funzioni religiose vennero assorbite dalla venerazione dellaMadonna di Pompei e ricordate come I Sabati di Pompei.

– Il quadro oggi pende alla parete sinistra del presbiterio.- Cfr. CELAO C.  ( a cura di )  Confraternite Arte e devozioni in Puglia dal Quattrocento al Settecento, Electa, Napoli, 1994, p. 66.

Nel dipinto il Brunetti affidò al gioco degli sguardi dei personaggi il messaggio della salvezza umana.
Cristo, che con la sinistra sostiene la croce e con la destra benedice, guarda davanti a sé quasi a voler dire Io sono la via, la verità, la vita 
La Madonna, contempla il suo seno destro, dal quale con la mano destra fa stillare il latte sulle anime purganti.
  S. Anna, con la mano destra appoggiata sul petto invoca  Cristo per le anime penitenti che indica con la mano sinistra.
Sotto di lei, a effetto della sua intercessione, un angelo scende dal cielo per liberare un’anima dal Purgatorio.
Alla base del dipinto le anime purganti fuoriescono a metà busto dalle fiamme e pregano la Madonna e S. Anna di intercedere per loro presso Dio.
A rafforzare ulteriormente il concetto della redenzione dell’uomo dal peccato si notano  nella chiesa altri elementi ornamentali, simboli di vita e di morte. Tra i primi spiccano i vasi di fiori dipinti sulla faccia interna della porta istoriata a esaltazione della purezza della Madonna, delle indulgenze e delle grazie che provengono dalla preghiera del Rosario; gli stucchi che disegnano un sipario aperto da angioletti sui due altari laterali della navata per mostrare attraverso le statue dei santi gli effetti di una vita cristianamente vissuta;  la forma a conchiglia della semicupole delle nicchie e delle acquasantiere, simbolo di nascita, di maternità, di santificazione e di risurrezione.
Tra i secondi colpiscono i macabri teschi con le tibie incrociate riprodotti in stucco nei pennacchi della cupola. Un’identica immagine era indubbiamente incisa sulla lastra di marmo che chiudeva la botola del sepolcro situato sotto il pavimento della chiesa, di fronte all’altare maggiore.
Le statue che vennero collocate nelle nicchie erano associate, in modo diverso, alla Morte. In quella di sinistra fu sistemata la statua lignea (a tutt’oggi non rimossa) di S. Giuseppe, protettore dell’uomo nell’ora del suo trapasso. In quella di destra fu collocata la statua in cartapesta della Morte col falcione che cedette il posto nel 1771 a quella di legno di S. Anna,  mediatrice di Misericordia . Questa statua nel 1792 passò nell’oratorio e in sua vece fu messo il manichino vestito dell’Addolorata in seguito all’introduzione del culto dell’Addolorata  da parte del Padre Redentorista  Antonio Maria Tannoia, Rettore della Casa Redentorista (1747 – 1808), fondata nel 1744 da Sant’Alfonso de’ Liguori nell’ex convento agostiniano della Consolazione di Deliceto.
Per via dei citati cambiamenti la statua della Morte col falcione, uno scheletro in cartapesta vestito da un manto nero con cappuccio e impugnante una grande falce, fu depositata nella sacrestia ed esposta al pubblico solo nel mese di novembre, durante alcune cerimonie religiose celebrate in onore dei defunti.

– Le decorazioni a stucco sono state realizzate da mani diverse e forse in tempi diversi.

– A. C. S. A. D. F. , Registri delle delibere degli anni 1761 –1826 che si conserva nel Museo S. Anna dell’omonima chiesa .

– Ibidem,  anno 1792. Il manichino fu comprato dal padre redentorista Antonio Maria Tannoia.

– Il tetro simulacro è scomparso negli anni Ottanta del 1900 durante la chiusura della chiesa per lavori di restauro.

Rito di Vestizione del confratello   FOTO: ABITO DEL CONFRATELLO – BASTONE PRIORALE – IMMAGINE ANTICA DI  S.ANNA  – LAMPADE 

Nel 1730 la confraternita, sotto la guida di mons. Antonio Lucci,  rivide lo statuto e stabilì di vestire una tunica bianca con mozzetta nera e cingolo. Il nuovo abito, altamente rappresentativo, ricordava e ricorda Cristo. La “veste bianca a camice”, difatti, ne evoca il Corpo; la “mozzetta” le funi con le quali Egli fu legato e il “cingolo” il giogo.
Indossarlo vuol dire “ vestirsi di Cristo”; perciò non pochi confratelli stabiliscono di essere sepolti con l’abito.
– A. D. B. F., 15-4-27, Atti della Visita pastorale d’Iliceto, 1747.

Non si sa se le consorelle abbiano avuto in passato un proprio vestito; oggi non ce l’hanno.  Quello che ricopriva i resti umani di una ignota consorella, sepolta in una tomba nel pavimento della chiesa nel XVIII secolo, era costituito da una tunica di juta marrone. La tomba, venuta alla luce negli anni Ottanta del 1900, nell’area del pulpito, mentre erano in atto i lavori di rifacimento del pavimento, fu subito ricoperta.
Nei secoli XVIII e XIX per diventare confratello bisognava fare prima il noviziato, sotto la guida del Maestro, e poi essere ammesso al sodalizio mediante il Rito di Vestizione e la “professione”.
Le modalità del Rito sono riportate in un manoscritto anonimo, datato 1770 e intitolato

CORONELLA CHE SI FA’ NELLA V(enera)BLE  CO(ngre)G(azio) NE  DE MORTI DI QUESTA TERRA DI DELICETO,

Si tratta, comunque, della copia della Coronella delle cinque Piaghe e quella de’ Dolori di Maria di Sant’Alfonso Maria De Liguori, da lui pubblicata nel 1761 (Casa Editrice di Paci, Napoli ). Il Santo chiese ai suoi figli spirituali l’impegno di diffondere quelle devozioni nelle loro missioni e in Deliceto vi provvide il suo confratello Padre Antonio Maria Tannoia .

Chi faceva parte dell’associazione doveva avere un comportamento esemplare e cristiano. Il debole che si lasciava vincere dalle cattive inclinazioni, a seconda della gravità della colpa commessa, era sottoposto  a mortificazioni corporali o espulso  dal sodalizio .
I castighi di solito venivano inflitti nell’oratorio dove il penitente con una grossa pietra ( “lu pes”) FOTO legata al piede o appesa al collo stava in piedi per tutto il tempo in cui il Capitolo della confraternita con altri associati seduti intorno a lui, sugli scanni disposti a “U” di fronte all’immagine di S. Anna, recitavano le preghiere necessarie alla sua conversione.
La punizione serviva  non solo a correggere chi trasgrediva la Regola, ma anche ad ammonire tutti i confratelli a non cadere nelle tentazioni.

Statua della Morte col Falcione e Questua Dialogata

Delle tante consuetudini che hanno caratterizzato in passato la vita della confraternita, si ha ancora memoria delle più significative come l’esposizione della statua della Morte col Falcione e la Questua Dialogata, scomparse solo alcuni decenni fa.
La prima aveva luogo nella chiesa nel giorno di Tutti i Santi (1° novembre), e nel successivo dei Morti. Allora veniva sistemata la statua della Morte con il falcione su un catafalco, innalzato sulla fossa cimiteriale del sacro tempio e ricoperto di drappi neri, per rammentare ai vivi l’aldilà
Intorno al catafalco veniva accese delle candele a espressione dei cari estinti.

La seconda  era realizzata il 1° Novembre, il 25 Dicembre ( Natale) e il 6 Gennaio (Pasqua di Epifania).  In quei giorni, di sera, alcuni confratelli vestiti con abito e cappuccio nero, con in mano un teschio di legno(“la coccia r’ lu priatorie”) FOTO e con le solite cassettine di zinco per contenere le offerte in olio e in denaro per la chiesa, si recavano di casa in casa per invitare i vivi a porre mente all’aldilà. Lo facevano con un canto in vernacolo lamentoso che si ispirava, come raccontano i confratelli anziani, a un’antica tradizione popolare, secondo la quale il 1° Novembre le Anime Purganti uscirebbero dal Purgatorio e vagherebbero nel mondo fino al 6 Gennaio, giorno di Pasqua di Epifania e giorno, quindi, del loro rientro nel doloroso luogo di penitenza.

I confratelli impersonavano le anime del Purgatorio che chiedevano ai Viventi di ospitarle. Molti lo facevano, altri no, ed esse, in quest’ultimo caso, spiavano attraverso il buco della serratura.  Quando constatavano che la vita dei mortali si svolgeva allegramente senza il timore dell’oltretomba, le loro sofferenze aumentavano e si facevano insopportabili al pensiero dell’avvicinarsi della Pasqua di Epifania,giorno del loro ritorno nel luogo dei tormenti.
Il testo, che riteniamo lacunoso, è il seguente:

– (I Viventi: ) Vuij devoti,  chi mi chiama questa sera?

– (Le Anime Purganti:) R’curdat’v’ r’ l’Anim’ Sant’ r’ lu priatori’

– (I Viventi: ) Passa passa ca nun c’è nient
E so f’rnut l’amic e li parient

– (I Viventi: ) Vuij devoti chi mi chiama questa sera?

– ( Le Anime Purganti:) L’Anim’ b’n’rit’  r’  lu  Priatorij
Vuij stet allegrament e l’anem’ r’ lu priatorij
Stec  rint’  r’ pen’ ardent

– (Viventi:) Vuij  devoti chi mi chiama questa sera?

– (Anime Purganti:) L’anim’ b’n’rit’ r’  lu priatorij
Vuij ca stet a port  inchius 
E l’anim’  r’ lu priatorij  v’ spij  ra lu p’rtus 

– (I Viventi:) Vuii devoti chi mi chiama questa sera?

– (Le Anime Purganti:) L’ anim’ b’n’rit’ r’  lu priatorij

Tutt’ r’  fiestr  iess’r  e  v’ness’r
Ma Pasqua Epifanìa mej ca turnass’r’

– (I Viventi:) Vuij devoti chi mi chiama questa sera?

– (Anime Purganti:)    L’anim’  b’n’rit’ r’  lu Priatorij

 

Traduzione:

– (I Viventi: ) Voi Devoti chi mi chiama questa sera?

– (Le Anime Purganti:)  Ricordatevi delle Anime Sante del Purgatorio

– (I Viventi: ) Passa, passa che non c’è niente,
Sono finiti gli amici e i parenti!

– (I Viventi: ) Voi Devoti chi mi chiama questa sera?

– (Anime Purganti: ) Le anime Benedette del Purgatorio
Voi state allegramente
E le anime del Purgatorio stanno nelle pene ardenti!

– (I Viventi:) Voi Devoti chi mi chiama questa sera?

– (Le Anime Purganti: ) Le anime Benedette del Purgatorio
Voi che state a porte chiuse
Le anime del Purgatorio vi spiano dal pertugio!

– ( I Viventi: ) Voi Devoti chi mi chiama questa sera?

– (Le Anime Purganti:) Le Anime Benedette del Purgatorio
Tutte le feste andassero e venissero
Ma Pasqua d’Epifania mai che tornasse!

– (I Viventi: ) Voi Devoti chi mi chiama questa sera?

– (Le Anime Purganti:) Le anime benedette del Purgatorio!

 

Il canto, di autore ignoto, affonda le sue radici  nelle antichissime questue cantate benauguranti che una volta venivano portate di casa in casa nei giorni di Natale e dell’Epifania nell’Italia centro-meridionale. In Deliceto, in età post tridentina, quando la chiesa si attivò a rendere operativi i canoni della Riforma Cattolica, la questua cantata si evolse in canto commemorativo delle “anime purganti” e si riallacciò alla dottrina escatologica della chiesa che vuole che le anime dei defunti, non del tutto purificate, prima soffrano nel Purgatorio e poi ascendano al Paradiso. Sotto tale aspetto, come si evince dalle espressioni «anime sante del Purgatorio» e «anime benedette del Purgatorio»  del canto, il testo conserva il suo tono “benaugurante” perché fa consapevole l’uomo, che, se vive cristianamente sulla terra, nell’ altro mondo, dopo aver sofferto i patimenti del Purgatorio, andrà in Paradiso e potrà finalmente entrare in comunione con Dio.

 Indirizzi devozionali e donazioni

FOTO-ADDOLORATAPur restando predominante nella chiesa di S. Anna il culto alla sua titolare, non le sono mancati, nel corso dei secoli, nuovi indirizzi devozionali come le venerazioni dell’Immacolata,dell’Addolorata (foto 1.5),di  S. Francesco di Paola e di S. Gerardo Maiella(foto 1.6).SGERARDO-SCONTORNATO

Quest’ultima ha acquistato carattere solenne nel 1939 in seguito al dono, per grazia ricevuta, da parte del confratello Vincenzo Campanaro dell’attuale statua in cartapesta del Santo, realizzata nella Stabilimento “Malecore” di Scultura Sacra di Lecce.
Nel 1945 al fine di rafforzare il fervore della fede popolare nel Santo di Muro Lucano, la confraternita, guidata dal priore Paolo Bonuomo e assistita spiritualmente dal sacerdote don Giuseppe Campanella, si dotò anche di una reliquia del Santo, sigillata in un reliquiario simile a un ostensorio, avuta su propria richiesta dalla Direzione del Santuario di S. Gerardo in Materdomini.
Le teca, nonostante fissata con un chiodo sulla base della statua per la sua pubblica venerazione, venne nel 2005 trafugata. Nel 2007 il compianto padre redentorista, Cherubino de Luca, invitato dalla confraternita a condurre la novena di S. Gerardo, donò alla chiesa una seconda reliquia del Santo, custodita oggi, in un apposito reliquiario nel Museo Sant’Anna.
Nella sfera della devozione a Dio e ai Santi rientrano ugualmente la commissione di opere d’arte fatta dalla confraternita stessa nonché le donazioni di fedeli sulla base delle necessità della chiesa.

Nel 2003 la congrega, mentre era priore Raffaele Mazzarella, fece realizzare  dall’ artigiano Giuseppe Di Francesco fu Ottavio la statua di legno di Cristo Morto che sta sotto il pulpito e dalla pittrice tedesca Marina Haas  la pregiatissima tela “… se il chicco del grano non muore …” che fa da sfondo alla statua.(foto 1.7).FOTO-CRISTO-MORTO

Nel 2001 la signora Concetta Patella vedova Di Flumeri in ricordo della figlia Alfonsina  scomparsa l’anno precedente, commissionò allo stesso Di Francesco per il presbiterio, la tavola lignea della mensa eucaristica.(foto 1.8)FOTO-TAVOLA-LIGNEA-MENSA

Nel 1995 i sigg. Rodolfo Nicastro (in memoria del figlio Vincenzo morto all’età di sette anni il 18 – 10 – 1982), Alfonso Tarallo, Valerio Nazzaro,  Antonio Palumbo e Francesco Paolo Capaccio fecero eseguire dal prof. Giuseppe Zaccheria, maestro vetraio di Foggia, la vetrata che chiude il vano lucifero della facciata.
Un discorso a parte meritano le numerose donazioni del confratello Nicola Bonuomo.
Nel 1997 il benefattore regalò la vetrata ovale del vano lucifero della parete presbiteriale fatta  eseguire dai maestri vetrai Fratelli Grassi di Milano sul modello della colomba del Bernini in San Pietro e nel 2000 le vetrate  della cupola e del presbiterio (in tutto sei) prodotte dagli stessi maestri. Le due grandi sono ispirate ai prodotti e ai colori della Puglia, grano e uva, messi in correlazione con l’ostia consacrata.

Nel 2003 il generoso confratello acquistò presso la RB Progetti di Monopoli (BA), per la realizzazione della Sala Museo S. Anna nell’ex oratorio, quattro grandi vetrine espositive.(foto 1.9)FOTO-VETRINE-ESPOSITIVE
Nel 2007 l’avvocato, inteso a conservare degnamente le reliquie e i ricordi di San Pio da Pietrelcina, che anni addietro lo zio, fra’ Gerardo Natale, assistente del Santo, aveva raccolto e donato a lui, dotò la chiesa di S. Anna di una splendida scultura – reliquiario in bronzo del Santo fatta eseguire dal maestro Mauro Baldessari di Milano.

I sacri frammenti, come il frate li descrisse in una sua missiva inviata al nipote, comprendono:

(Una )Pezzolina che Padre Pio ha tenuto sulla piaga del suo costato;… 
Pezzetti di stoffa della manica dell’abito di Padre Pio, più un fazzoletto passato sul vetro del coperchio che copriva la salma di Padre Pio ed altre cose usate da lui e sue proprie come capelli della testa e crosticine di sangue secche uscite dalle piaghe di Padre Pio Morto il 23 – 9 – 68 … Cotone rosso del fiocco del cingolo che legava il camice quando diceva la messa Padre Pio. Più pezzettini della corona che diceva il Santo Rosario Padre Pio che io ho incatenata è fatto da capo e un pezzettino di garofano preso sul coperchio di vetro che copriva la salma di Padre Pio.

Il 22 marzo 2003 l’avvocato, prima di commissionare allo scultore il bassorilievo, fece autenticare le Reliquie da Padre Gerardo Di Flumeri da Deliceto,  vicepostulatore della causa di beatificazione e canonizzazione del San Pio e, quindi, ordinò l’opera, suggerendo al maestro di riprodurre nel mezzo tondo le immagini del Santo e dei due suoi confratelli di Deliceto. Volle, inoltre, che nel  monumento si conservassero unicamente le «crosticine di sangue secche» dello straordinario Uomo di Dio. Le altre Reliquie e i ricordi, protetti uno a uno da un contenitore di argento, vennero da lui sistemati in un cofanetto di plexiglass trasparente. (foto 2.2).FOTO-PLEXIGLASS

Il 22 giugno 2007, i due preziosi reliquiari furono sigillati, nella chiesa di S. Anna e Morti, da padre Marciano Morra, Segretario del gruppo di preghiera Padre Pio.
Il giorno seguente, il 23 giugno, in ricorrenza del 5° centenario della santificazione di San Pio da Pietrelcina, dopo una solenne celebrazione eucaristica, alla presenza di autorità ecclesiastiche e laiche e di numerosi fedeli, fu resa pubblica la venerazione delle sacre Reliquie.
La pregiatissima opera è così spiegata dal suo autore :

La scultura è composta da tre personaggi: a sinistra Padre Gerardo Di Flumeri, al centro Padre Pio da Pietrelcina e a destra Frate Gerardo Natale. La relazione che li unisce evidenzia le loro caratteristiche.
Padre Gerardo è qui rappresentato come storico, testimone discreto e capace, memoria vivente di Padre Pio. Il suo sguardo è attento, il suo gesto va ad indagare e la sua mano scrive a testimonianza.
Padre Pio è il centro della composizione, vestito con il camice e la pianeta della celebrazione eucaristica si gira e guarda l’interlocutore con la mano destra lo benedice  con una “carezza” e con la sinistra gli porge la reliquia. Lo sguardo è intenso e penetrante, l’espressione è al tempo stesso dolce e rigorosa, serena e sofferente, accogliente e forte.
Frate Gerardo appare da dietro Padre Pio e lo sostiene. La sua umiltà e devozione sono evidenti, il suo sorriso esprime tutta la sua semplice umanità. […]

Nella composizione le  «crosticine di sangue secche» di San Pio da Pietrelcina si conservano in un piccola teca incastonata dal Baldessari nel dorso della mano sinistra del Santo.

Il nome dello scultore è inciso sul fianco sinistro del monumento e quello del donatore, aggiunto in un secondo momento, per manifesto volere della confraternita di S. Anna, in basso, accanto alla scritta da lui stesso dettata:

La storia di Deliceto che il Museo in parte documenta, continua con due suoi figli cappuccini in S. Giovanni Rotondo: Padre Gerardo Di Flumeri, la cui intelligente cultura è stata determinante per l’ascesa agli altari di S. Pio e fra Gerardo Natale umile e devoto assistente di Padre Pio, che le reliquie conservò per Voi, che ora venerate il Santo.

Nel 2008 i signori Emilio e Luciano Menegalli di Milano regalare alla chiesa di S. Anna, a corredo della scultura-reliquiario, un inginocchiatoio secentesco in stile fratino a due posti per dare la possibilità ai fedeli di sostare in atto di venerazione davanti alla Reliquia del  Servo di Dio. FOTO

BIBLIOGRAFIA
Iossa Amedeo, DELICETO NOTIZIE STORICHE Baroni Popolo e Città (1000-1700) , a cura di Grazia Iossa, Vol. II, Foggia, Litostampa, 2010